- Cuneo Tenda Ventimiglia Nizza - Ettore Giovanni May
- Ludovico II sposa Margherita di Foix - Arte e fede
- Le radici cristiane dell'Europa - Ernesto Bertea
- Una panoramica di alto profilo nelle sculture di Palazzo Vittone - Il Cristo della “Via Crucis”
- Edoardo Calosso - Le meridiane
- Saper "leggere" l'opera d'arte - I meteoriti
- Il tiglio argentato - Ciro Cirri
- Giovanni Canavesio - L'arte sacra contemporanea 
- Il patrimonio di Palazzo Vittone
 
 Nel 1856 i primi studi per la costruzione
 Cuneo Tenda Ventimiglia Nizza
 La ferrovia alpina quasi leggendaria tra illusioni e speranze, favola di una generazione
Viaggio inaugurale nel 1928. La dinamite nel 1945 e finalmente nel 1978 via libera

All’inizio del secolo scorso era in funzione la Cuneo-Tenda fino a Vievola. A tratti si completarono via via i percorsi ferroviari, le stazioni, gli impianti. Sospensione dei lavori durante la prima guerra mondiale.
Il ventotto ottobre, anniversario della marcia su Roma, avveniva l’inaugurazione dell’intera linea Cuneo-Tenda-Ventimiglia. Correva l’anno 1928.
Quel percorso elicoidale faceva invidia alle ferrovie svizzere di montagna. Gioiello di ingegneria e di tecnica ferroviaria alpina: 45 chilometri di strada ferrata con 80 gallerie, 407 viadotti, una pendenza del 25 per mille; erano costati allo stato 86 milioni di lire.
La ferrovia restò in funzione, soltanto inattiva nella seconda guerra mondiale. Bombe sparate dai cannoni e sganciate dagli aerei non produssero poi gravi danni. Fu invece la dinamite dei tedeschi in fuga, nell’aprile del 1945, a far crollare quel gioiello di strada ferrata alpina.
Cuneo ha sempre avuto una vocazione trans-frontaliera. Sentiva vicina la côte d’Azur, voleva il collegamento con il Ponente ligustico, già sentiva un avvenire europeo, quindi non poteva rinunziare a quella prestigiosa infrastruttura ferroviaria.
Quelle macerie, quei buchi provocati dai cannoneggiamenti nelle stazioni, i tronconi dei viadotti e dei ponti sbrecciati dalle mine, avevano qualcosa di spettrale, quasi a ricordare a quanti percorrevano in auto la tortuosa e pittoresca valle del Roja, che la guerra era passata orrendamente laggiù sotto la Val des Merveilles.
Ai cugini francesi interessava poco o nulla la ricostruzione, tant’è che in termini di argent cacciarono poi ben poco. Con il trattato di pace la val Roya se l’erano accaparrata, tutta. Forse, erano più interessati i monegaschi che salendo in treno da Nizza, via Breil, avrebbero raggiunto le stazioni sciistiche di Limone Piemonte.
La direzione generale delle ferrovie manifestava diniego ad una proposta della NATO di ricostruire a proprie spese la ferrovia, mentre una società per azioni degli enti cuneesi era ignorata dal governo centrale. Finché, nell’anno 1960 arriva il direttore generale delle ferrovie che pare convincersi della bontà di ricostruire.
Da parte francese, pur stanziando il governo 6 milioni di franchi (che era poi tutto il loro apporto), serpeggiava una sorta di ruggine politica con l’Italia.
Storia di speranze ed illusioni che era durata fin troppo. Intoppi burocratici, studi e progetti che si insabbiavano, fine legislatura che bloccava tutto.
Venne l’estate del 1967. E Cuneo gioì perché il parlamento aveva approvato la legge Bertone, senatore di Mondovì, progetto di legge autorizzante la ricostruzione della ferrovia con uno stanziamento di ben cinque miliardi di lire.
Il settimanale di Cuneo scriveva che: “la lunga attesa è finita” (1967), la Stampa (1970): “finisce una leggenda”, la gloriosa Gazzetta del Popolo (1972): “la Cuneo-Nizza favola di una generazione”.
La macchina della burocrazia statale, pur con enorme lentezza, si era mossa, mentre i governi, le commissioni parlamentari, i parlamenti, portavano all’approvazione – con altrettanta… celerità -, convenzioni, ratifiche, disegni di legge.
Il 1975 segnò l’inizio dei lavori che non vennero più interrotti quando, da parte italiana, c’erano già i locomotori diesel elettrici.
Cuneo non sarebbe più stata accantonata da quello che allora si definiva il “triangolo industriale”.
Anno 1978: viaggio inaugurale con littorine tirate a lucido, bandiere e festeggiamenti in tutte le stazioni sul versante italiano e quello francese, scolaresche festanti, bande musicali, sindaci e autorità locali in pompa magna. I titoli sui giornali si sprecarono, ed era anche logico.
Orgoglio e generosità di un comprensorio perseguitato dall’oblio, che usciva dall’isolamento. Quell’indicazione semaforica della fontana sulla piazza della stazione di Cuneo indicava definitivamente il “via libera”.

J. G.
 

 Alla Castiglia di Saluzzo
 Ludovico II sposa Margherita di Foix
 Guerre e maneggi verso il declino del marchesato

Estinto il ramo degli Acaja, Amedeo VIII aveva riunito il principato di Pinerolo alla Savoja. Corte, organismi governativi, poteri del piccolo stato trasferiti a Torino. Nella metà del 1400 Pinerolo soffre le dominazioni straniere. Angherie, saccheggi, vessazioni degli occupanti, carestie, persino invasioni di cavallette che divorano le messi distruggendo i raccolti delle fertili campagne.Saluzzo pare godere tempi sereni. È il marchesato di Ludovico II che ha feudi e comuni dalle vallate a Carmagnola e terra di Langa. Il marchesato guarda alla Francia, quasi che il Monviso e le Alpi Cozie siano ideali sentinelle comuni.
La Castiglia ospita nobili, gente di cultura, artisti e giullari. Vedovo di Giovanna di Monferrato, Ludovico si sente un po’ solo, mentre Amedeo di Savoia ha spesso le armi in pugno minacciando Saluzzo, il cui marchese invoca la dipendenza dei suoi domini e blasoni dalla corona di Francia.
Ed è proprio oltralpe che il marchese Ludovico manda un messo di rango. Il drappello di cavalli e cavalieri scavalca le Cozie, attraversa la pianura di Provenza per raggiungere la contea di Foix ai piedi dei Pirenei in un lungo e sfiancante viaggio tra impervi valichi e mulattiere con il rigore dell’inverno e assalti di banditi. Lo scudiero reca una procura di Ludovico per Gastone di Foix, fratello e tutore della bella, giovane, soave Margherita che sogna un ricco e potente nobile in sposo (lui ha 50 anni, lei 18).
La posizione geografica di Saluzzo e la tutela francese sul marchesato sono importanti. Sennonché affiorano motivi di dubbio ed ostacoli anche politici: il consenso alle nozze del re di Francia, la dote di 20 mila scudi d’oro: tutto è superato. Margherita di Foix sale alla Castiglia, austero castello ingentilito da dipinti e ristrutturato per accogliere degnamente l’affascinante promessa sposa. Le auguste nozze si celebrano sul finire del 1492 e Margherita è marchesa di Saluzzo, madre di cinque figli maschi. Si interessa degli affari del marchesato, degli aspetti culturali: ospita artisti, letterati e religiosi, fa costruire chiese, protegge monasteri e congregazioni.
Il maturo sposo muore il 27 gennaio 1504 a 65 anni, di ritorno da Genova presso i Fieschi. Nel marchesato è la fine di momenti felici. Il grande fervore religioso aiuterà Margherita nella cristiana rassegnazione. Affronta decisa i problemi di natura economica, risolve i giochi di potere ed i subdoli maneggi dei consiglieri, esercita l’autorità della reggenza.
Il forte desiderio di istituire in Saluzzo una sede vescovile per dare smalto al marchesato, ma soprattutto per dimostrare al papa il suo fervore di donna profondamente credente, sprona Margherita a fare la guerra ai valdesi insediati da tempo nelle vallate del Po e del Pellice fino a Barge e Bricherasio. Confisca di beni, roghi, condanne, rabbia e terrore,  ruberie ed uccisioni gettano disdoro sul marchesato dal 1510 al 1513.
Gio Andrea Saluzzo di Castellar, fedele di Ludovico II, che partecipa in prima persona alle persecuzioni usufruendo degli introiti della confisca dei beni dei valdesi, il predicatore inquisitore padre domenicano Ricciardino, recano un perfido servizio al marchesato. Regista occulta la marchesa, con quel Francesco Cavassa, vicario generale, abile nella gestione del potere e – pare – fin troppo affettuoso cortigiano di Margherita. È già cominciato il declino.

p.c.g.
 

 Le radici cristiane dell'Europa

Com’è noto, nel corso del lungo e difficile processo di elaborazione della nuova Costituzione dell’Europa unita, molte voci avevano chiesto che nella definizione dei principi generali si inserisse anche un esplicito riferimento alle radici cristiane come componenti dell’identità europea. Peraltro, nella stesura definitiva del testo, il preambolo contiene una generica ispirazione “ai retaggi culturali, religiosi e umanistici” comuni agli Stati membri.
Ciò si può spiegare con un voler ribadire il carattere laico della Costituzione (o forse per non creare problemi pregiudiziali ad un futuro ingresso della Turchia, islamica sebbene non fondamentalista). Eppure non è possibile negare all’Europa intera una sostanziale comunanza di fattori storici, culturali e sociali permeati dal cristianesimo. Questa caratteristica è anche visibilmente espressa dalla croce riprodotta sulle bandiere di molti Stati europei, anche non presenti nell’UE: Islanda, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Svezia, Regno Unito, Svizzera, Grecia, Malta. Persino la Riforma Protestante, che coinvolse l’intera Europa centro-settentrionale, nacque nell’ambito del cristianesimo; e nel Seicento una guerra trentennale fra protestanti e cattolici diede un connotato particolare all’intera storia europea. L’indipendenza di nazioni come i Paesi Bassi e la Svizzera ebbe origine da contrasti politico-religiosi tra sovrani e sudditi. E fu ancora la minaccia turca alla cristianità nei Balcani che spinse all’unione principi di fede diversa, ma pur sempre cristiana per fermare l’espansione dell’Impero Ottomano e respingerlo verso l’Asia. Tacere quindi sull’importanza del cristianesimo nella storia d’Europa non basta a cancellare le radici.

Fernando  Martoglio
 

 Una panoramica di alto profilo nelle sculture di Palazzo
 Vittone

Se sono i “buoi” di Ernesto Bertea, in pittura, ad immetterti nell’atmosfera della Pinacoteca di Palazzo Vittone, per la luce e la suggestiva profondità, certamente è la “Ballerina” adolescente nel bronzo di Piero Brolis, modellata nel 1962, ad accoglierti all’ingresso e a farti  sentire subito coinvolto dalla magia dell’arte. E se le tele stemperano qua e là un mondo policromo, sono le sculture a farti sentire la forza e la poesia che emanano dai bronzi, dai marmi e dai gessi. Mani d’artista hanno plasmato la materia con vigore e con delicatezza l’anatomia umana, i segni dei volti, il rigore di una tensione, la pacatezza dei sentimenti.
A Palazzo Vittone ti guardano un severo Garibaldi, prestigioso gesso di Leonardo Bistolfi (1912), la spiritualità di una suorina, “fiore mistico”, nella creta di Davide Calandra (1884).
Ti colpisce la forza del bronzo dorato di Lello Scorzelli che ritrae Renato Guttuso (1956), sembianze ammirate alla 28. Biennale di Venezia, e il volto di Eugenio Montale dello stesso incomparabile artista.
Di Piero Brolis emblematica è quella donna martire, personificazione della nazione “Ungheria 1956”, e lo scattante cavallo in corsa (1947), e quel volumetrico toro (1960), mentre la poesia sussurrata torna nel marmo bianco con il ritratto della moglie Franca.
Il “Giovanni XXIII” di Floriano Bodini (1963) è  di una forza interiore straordinaria per quel modellato a tutto tondo ricco di contrasti chiaroscurali, così la personalissima “Annunciazione” (1966) di Sandro Cherchi in altorilievo.
Umberto Mastroianni dà un saggio di essenzialità formale in quel volto maschile del 1956; Cirillo Grott è drammatico nei “minatori” del 1967; delicatissimo il “torso” di Gian Carlo Frison; parlanti i vari  “ritratti” di Achille Guzzardella; sofferente il “pugile” di  Giovanni Taverna (1967), così l’intenso ritratto di May modellato da Ugo Librè tra il  1923 e il 1924.
E la “città” in plexiglass di Riccardo Lanza? E Pericle Fazzini nel bozzetto bronzeo del celebre “Risorto” (1971)? E Virginio Ciminaghi in quell’Ultima Cena (1965), così astratta e meta-fisica? La “libertà” in lanciata tensione nel bronzetto
di Augusto Murer (1974)? Ancora la composta  terracotta di Sergio Unia nella “ragazza con treccia” (1994); l’ispirata “Annunciata” di Vittorio Buset; il sinuoso “paliotto” di Guido Lodigiani, tra figure e simboli; la ceramica vivace di un fantasioso creativo come Renzo Igne; i rilievi sacri di Ettore Calvelli e di Alessandro Verdi. La suggestiva “aratura” di Elio Garis (1994) e la “Madonnina” di Roberto Terracini (1959), e poi ancora i medaglioni di Messina, di Greco, di Minguzzi e di Manzù; la grande terracotta articolata con la “presentazione al tempio” di Mario Rudelli; le numerose medaglie e placchette di Enrico Manfrini, amico recentemente scomparso, presente anche con tre rilievi bronzei dorati di alto pregio con la sensibile “Natività”, la “Famiglia” e una “croce istoriata”.
Già abbiamo accennato al cavallo di Brolis, ricordiamo inoltre la bella testa di stallone di Sandra Baldoni e la famosa impennata di Gennaro Salvi.
Nell’ampia e qualificata panoramica nazionale della scultura alla Collezione civica d’Arte di  Palazzo Vittone un rilievo particolare assume la presenza eccellente di Luigi Aghemo (1884-1976), pinerolese d’elezione, qui con la celebre “Maschera di ferro” bozzetto in gesso-patinato del monumentino di San Maurizio, una grintosa contadina, un’incantevole silhouette femminile dal gusto liberty (l’Anima), “Cristo sulle acque” e “don Bosco” nella sezione d’arte religiosa. In un prossimo futuro sarà interessante ricostruire l’ambiente di studio di questo artista, dove sono nate queste (e altre) creature, con i trespoli, i ferri del mestiere … i gessi, bozzetti e bronzetti. Una lezione memorabile per i posteri.
 

Mario   Marchiando  Pacchiola
 

 A ottanta anni dalla morte
 Edoardo Calosso
 
R
itrattista insigne

Era di pomeriggio, il 24 settembre del 1923, intento al lavoro di cavalletto, il ritratto del vescovo Bartolomasi, quando per aneurisma alla regione del cuore il pittore Edoardo Calosso lasciava cadere per sempre il pennello dalle sue feconde mani. Era nato a Torino nel 1856 e venne a Pinerolo nel 1901 per lavorare al “Battesimo di Cristo” della Chiesa cattedrale. A Pinerolo si stabilì in seguito.
Lo si ricorda come uomo popolarmente gioviale ed ottimista. Anche l’on. Luigi Facta partecipò ai suoi funerali, forse anche memore di quando, dalla sua casa in piazza Firenze, quasi di fronte a San Rocco, vedeva il pittore seguire le fasi della decorazione della facciata della chiesa (1906) o sedere all’angolo della Trattoria del Gallo con accanto il prediletto bicchier di vino.
Calosso non è stato quel pittore “improvvisato” ed estemporaneo, del dilettante divenuto professionista. E’ stato un uomo innamorato dell’arte, formatosi all’Accademia Albertina, alla scuola di ornato (decorazione).  Epoca che vedeva la frequenza di Luigi Morgari e di Giacomo Grosso, e di Andrea Gastaldi e Celestino Gilardi, questi due come insegnanti.
Lavora in alcune chiese a Torino, a Giaveno, a Villafranca. A Pinerolo risiede in via Buniva 3 e diviene amico della famiglia del fotografo Tavera.
Fu pittore apprezzato dai contemporanei, “ritrattista insigne” come lo definisce la lapide mortuaria, ora allogata in Pinacoteca, nell’epigrafe di Luigi Luciano, e proprio a questa specialità gli si deve l’ammirazione dei posteri. Un ritrattista indiscusso che lo fa avvicinare al ben più celebre e fortunato Giacomo Grosso, dominatore incontrastato di un certo gusto per il ritratto nella “Torino bene” di quegli anni (1910-1920). La “Pinerolo bene”, e anche quella più modesta, si affida al pennello del buon Calosso: nasce una ridda di volti femminili e maschili (avvocati, generali, prelati …) che nulla hanno da invidiare quelli del noto Grosso. Si accontentava Calosso di un piatto di lenticchie, e Timbaldi in un ritratto letterario originale lo definisce “un Rodolfo fuori dalla scena”, ricordando la miseria nelle soffitte di Parigi cantata da Puccini in “Bohéme”.
Dal lato mercantile fu pittore poco fortunato, senza clamore. Dal lato artistico fu grande e, nel panorama delle arti di quegli anni primi del secolo ventesimo a Pinerolo, ineguagliabile.
Alcuni segni della sua mano e della sua tavolozza hanno preso giusta dimora nelle aule della Collezione di Palazzo Vittone.
 

Mario Marchiando Pacchiola
 

 I 25 anni della Pinacoteca di Palazzo Vittone
 Saper "leggere" l'opera d'arte
 Un sussidio didattico per i visitatori di tutte le età

Con un incontro tra i Musei delle Montagne Doc (Val Susa e Pinerolese) la Collezione civica d’arte di Pinerolo ha voluto avviare le manifestazioni del venticinquesimo dalla sua apertura. Momento utile e qualificante per dimostrare che “nessuno è un’isola”, ma fa parte, nel nostro caso, d’un territorio con altre realtà regionali,e  mi spingerei ad affermare anche “nazionali” da quando anche riviste specializzate hanno collocato la nostra Pinacoteca tra quelle “da vedere”. Ma, vedere cosa  come?La domanda ha già una risposta nello Speciale Quaderni “L’arte mostrata”, scritto da Laura Marchiando Pacchiola, che dà significato alla lettura delle immagini in pittura, grafica, scultura, raccolte a Palazzo Vittone.
Un metodo, un aiuto didattico per avvicinarsi all’opera d’arte, alla percezione visiva: un modo né freddo, né noioso per arricchire il nostro gusto estetico, per discernere, e nello stesso tempo fornire, specialmente alla scuola (dalle medie alla … terza età) una serie di proposte concrete di lavoro.
Conoscere e far conoscere attivamente la Collezione fa parte di quella valorizzazione dei beni culturali inserita non solo nei programmi scolastici, ma nel quotidiano di ognuno, per scoprire anche qualche tesoro.
Non vuole essere una sorta di apologia della nostra Raccolta, ma « un richiamo al valore del locale e del “provinciale” – scrive l’autrice – così ancora troppo sovente guardato con sufficienza e sospetto ».
Il Quaderno presenta la lettura tipo di un’opera come il contenuto, le linee, il colore, la luce e l’ombra, la struttura della composizione, la percezione dello spazio, il materiale, la tecnica.
Richiede le impressioni del visitatore, propone percorsi a tema, dal ritratto in pittura e in scultura, al paesaggio, alla figura umana (il nudo), il sacro e il simbolo, la guerra e la violenza, la pace … la natura silente, il segno grafico. Osservo e descrivo, mi immergo nell’opera e rifletto.
Una serie di proposte (alcune opere significative della Collezione riprodotte a mo’ di figurine, si potrebbe dire “imparo giocando”…) dà il taglio alla lettura di approfondimento: dai volti di Calosso, Grosso, May, al paesaggio di Bertea, di Prato, di Mattanà; dai nudi di Felice Carena a quelli di Barabino; dal sacro di Pietro Favaro ai santi di Spazzapan, dalla guerra di Morando alle pietà di Baretta e di Brolis; dalle nature morte di Bertello in bianco-nero ai freschi fiori di Faraoni, ai simboli di Paschetto e di Nelva, ai segni di Longaretti. Dalla grande scultura di Davide Calandra e di Cherchi a quella medaglistica di Emilio Greco, Bodini, Manfrini, Manzù: bronzo, marmo, terracotta. Tra ‘800 e ‘900 e contemporanei.
Un sussidio utile perché tutto resti nella memoria dei nostri occhi.

Laura Marchiando Pacchiola: “L’arte mostrata”. Ed. i Quaderni della Collezione civica d’arte di Palazzo Vittone, Pinerolo

m.m.p.
 

 Pianta maestosa in piazza fontana a Pinerolo
 
Il Tiglio argentato

Pinerolo, piazza Fontana: così è chiamata dai Pinerolesi piazza Vittorio Veneto, centro delle passeggiate dei cittadini e del mercato. Tale bellissima piazza è contornata, sui quattro lati, da filari di Tiglio argentato (tiglia tormentosa). Il nome gli deriva dal fatto che la pagina inferiore delle foglie è bianco argentea per la presenza di una corta lanugine. È un albero, in pieno campo, dal portamento maestoso e la cui chioma, soprattutto negli esemplari isolati, assume una forma tondeggiante, spesso fatta come un cuore con la punta rivolta verso l’alto.
Il tronco ha una corteccia grigio scura che si mantiene liscia per lungo tempo e quando, con l’avanzare dell’età della pianta, tende a fessurarsi, le screpolature sono rade e superficiali.
Le foglie, abbastanza grandi, hanno la forma a cuore con margine seghettato e robuste nervature.
Le foglie dei ricacci (nuovi rametti) che spesso spuntano ai piedi del tronco, sono più grandi di quelle della chioma.
I fiori, giallastri e riuniti a ciuffetti protetti da una lunga aletta, sbocciano verso la fine di giugno e riempiono l’aria del loro intenso, inconfondibile profumo.
Mentre i fiori degli altri tipi di tiglio sono molto appetiti dalle api, quelli del Tiglio argenteo pare siano velenosi per l’insetto.
I frutti sono pallini grossi come piselli, che cadono in autunno ancora attaccati all’aletta protettiva.
Il Tiglio argenteo, quando la sua chioma è mossa dal vento,mette in evidenza l’argentatura della foglia ed è quindi di grande effetto nelle alberate cittadine. È però anche molto apprezzata la sua resistenza alla siccità, che gli permette di sopravvivere anche quando la pianta è interamente circondata dall’asfalto.
Il Tiglio è una pianta abbastanza sensibile agli agenti inquinanti e, soprattutto, al sale antigelo che viene sparso sugli scambi delle rotaie e sulle pedane alle fermate del tram; è infatti proprio in vicinanza di questi punti che si notano di più piante di Tiglio sofferenti o morte.
I fiori sono largamente usati in erboristeria per la preparazione di decotti ed infusi con funzione emolliente e calmante, e sono usati anche in profumeria.
I semi contengono quasi il 50% di un olio che è simile a quello d’oliva.
Il legno di Tiglio, per la sua ottima lavorabilità, è molto usato da scultori ed ebanisti. Va però anche ricordato come il legno con cui nel passato si costruivano gli arti artificiali e naturalmente anche le gambe dei pirati ai quali il pescecane aveva lasciato soltanto il moncherino.
Pensiero: Se curassimo ed amassimo di più le piante, saremmo più “buoni” anche noi!

Prof. Giuseppe Pochettino
Agronomo
 

 Andiamo ad incontrare il Pittore Canavesio

Ci sono delle date imparate a scuola che non si dimenticano più; ad esempio il 1492 subito ci richiama la scoperta dell’America e Cristoforo Colombo. Per gli addetti all’arte, e ai pinerolesi, probabilmente la data richiama ancora un altro evento: la Cappella di N.S. del Fontano a Briga e a chi la dipinse, Giovanni Canavesio.
Nuovi mondi e un linguaggio mistico ancora medievale, mentre altrove già si respirava la novità della Rinascenza.
“Presbiter Johannes Canavesi de Pinerolio”, che già dieci anni prima a Pigna aveva affrontato analoga tematica, inscena sui muri l’itinerario della “Passione di Cristo” sottolineato dai cartigli gotici che funzionano da didascalia, ma con una ricerca iconografica d’assieme che pone molte scene in una tridimensionalità intuitiva nella struttura archittonica, teatrale nei movimenti dei personaggi.
Da Pinerolo il pittore aveva percorso in lungo e in largo le alpi marittime, seminando “la Parola” attraverso l’immagine; lui prete pellegrino aveva trovato un mezzo, attraverso il dono ricevuto dalla Provvidenza, per parlare di cose sante alla gente, ai montanari, ai contadini, agli ultimi, a quelli che non sapevano leggere e scrivere. Il colore, l’azione, l’incanto della narrazione, i prodigi di Gesù, ma anche il patimento e la sofferenza, la dolcezza dell’abbraccio materno ai piedi della Croce, facevano brillare gli occhi, scendevano in fondo al cuore.
Ma il Canavesio sapeva parlare d’amore evangelico e di bellezza anche ai dotti, ai ricchi. Lo testimoniano le pale e i polittici commissionati per rendere più belli e solenni i grandi altari delle chiese. Lo vediamo nella graziosa “Madonna delle ciliege”, al Convento di Taggia, tra santi vescovi e padri della chiesa, emergere dal fondo aureo, o nel polittico di Verderio, proveniente da Pornassio (1499), con predella, scansioni a sette scomparti, un vero... paradiso terrestre di personaggi, ritmati da una ricerca cromatica ora intensa, ora delicata, e poi ancora a Pigna per il grandioso polittico di San Michele, all’onore delle cronache qualche tempo fa per un trafugamento, poi rientrato per la godibilità dei fedeli e degli studiosi.
Si parla spesso di “enigma Canavesio” in quanto la sua produzione, che va inoltre da Albenga a Triora, da Apricale a S. Etienne de Tinée, a Peillon per le pitture murali, e per le tavole tra chiese, musei e raccolte private, dalla Galleria Sabauda di Torino al Palazzo Bianco di Genova... dalla critica spesso si sono insinuati dubbi, e la certezza spesso è diventata solo attribuzione, o addirittura ribaltata a favore di altri artisti. Ma si sa, il compito di un critico o di uno storico dell’arte è anche questo: ricercare, confrontare, rapportare ed esprimere una propria valutazione. È successo e succede anche ad artisti più famosi con casi che suscitano qualche clamore.
Ciò dice anche che il nostro Canavesio è “studiato”, “considerato”, esiste sulla mappa. E un invito a percorrere il suo itinerario ci viene proprio da questo interesse e da questa curiosità di conoscerlo.
Facciamoci pellegrini tra arte e fede, andiamo ad incontrarlo.

M.M.P
 

 Ernesto Bertea
 
Paesaggista pinerolese in giro per l’Europa

Quando si laurea in giurisprudenza nel 1857, Ernesto Bertea compie un altro significativo atto: si iscrive come socio al Circolo degli Artisti di Torino. Ciò può significare, e lo dimostrerà per tutta la vita, che egli si darà all’arte che già coltivava da anni nell’animo quando alternava l’Università alla pittura. Gli veniva incontro un altro avvocato divenuto pittore, Ernesto Allason, allievo di Carlo Piacenza.
Il Bertea, suggestionato dagli echi della rivoluzione impressionista francese nascente, inizia a viaggiare per l’Europa: a Ginevra frequenterà Gustavo Castan e con gli amici ginevrini partecipa alle gite pittoriche nella valle del Rodano e in Delfinato alla scoperta di quel “vero” all’aria aperta che aveva entusiasmato anche il Fontanesi. Parigi è un forte richiamo con i paesaggisti di Fontainebleau, la cui scuola detta di Barbizon è l’emblema della protesta contro gli ambienti ufficiali e la giuria del “Salon”. Conosce l’animalista Troyon; incontra nel Delfinato Alfredo D’Andrade, un’amicizia duratura che lo porterà al sodalizio della famosa “Scuola di Rivara” dopo il 1860, con Ernesto Rayper, Carlo Pittara, Vittorio Avondo ed altri cultori dell’arte.
Se da un lato questi pittori guardano ad un linguaggio paesaggistico innovativo, sentono anche di valorizzare le antiche pietre delle case e dei castelli medievali con il loro recupero e il loro restauro. Bertea farà acquistare dal D’Andrade la “Casa del Senato” di Pinerolo che regalerà al Comune. Sulle rive del Po nascerà il Borgo Medievale, fantastico e ideale villaggio dove verrà riproposta la facciata con le bifore della “casa” pinerolese.
Si intrecciano esperienze: giungono echi di “romanticismo”, di “verismo”, di “scapigliatura”... le esperienze liguri della Scuola grigia, dei Macchiaioli toscani, la Scuola di Posillipo, quella di Pergentina, di Resina... Questi gruppi o scuole si impongono fuori delle Accademie e ai canoni classici celebrati: è tutto un fervore. Ernesto Bertea assimila modi e tendenze frutto anche delle tappe dei suoi viaggi. Si porta il cavalletto, le tavolette e i colori ad olio: tanti piccoli studi dal vero, alcuni più indugiati altri più freschi, materiale irripetibile. Circa una quarantina di tavolette, un vero “corpus”, sono presentate alla Collezione civica d’arte di Palazzo Vittone di Pinerolo, città dove Bertea nacque nel 1836 e dove morì nel 1904, dopo una vita attenta alla bellezza e alla mutevolezza dei paesaggi dove volle immergere la sua anima e la sua arte.

M.M.P
 

 Il patrimonio di Palazzo Vittone

Dopo una decina di anni dedicati allo studio ed alla ricerca di opere, la Pinacoteca di Pinerolo, denominata Collezione civica d’arte di Palazzo Vittone, “vedeva la luce” nel 1978 con l’apertura al pubblico.
La Cappella dello storico Ospizio dei Catecumeni (progettato da Bernardo Antonio Vittone, 1740) accoglieva il primo nucleo di dipinti: le tavolette-studio di Ernesto Bertea, pinerolese, tra i più illuminati esponenti della Scuola di Rivara, le opere della donazione Giuseppe Gavuzzi, significative del panorama ottocento-primo novecento, quali i dipinti di Lorenzo Delleani, di Andrea Tavernier, di Reycend e di Follini … per arrivare a due ammirabili pezzi di Felice Carena.
A queste donazioni si sono via via aggiunte firme come Giacomo Grosso, Angelo Barabino, Cesare Maggi, come Levis, Bussolino, Lupo, Calderini per arrivare alle sculture di Davide Calandra, di Leonardo Bistolfi…
Un volume promosso dalla Regione Piemonte “Arte Contemporanea” (a. 2000) (le Collezioni del XX secolo in Piemonte) dedica diverse pagine alla nostra Pinacoteca. L’autore Francesco Poli, nella scelta iconografica che correda il magnifico volume, ha scelto quattro opere rappresentative: Felice Carena con “Bagnanti” (esposto ad una Biennale veneziana) e “Nudo di Donna”,  il Reycend “Meriggio in dicembre” e i “Santi Cosma e Damiano” di Luigi Spazzapan (esposto ad una Quadriennale di Roma). Nel panorama piemontese la nostra raccolta, come si evince dal testo, viene riconosciuta di tutto riguardo.
Noi vogliamo ricordare altri autori ed altre opere ancora che costituiscono il patrimonio della Collezione che negli anni si è notevolmente arricchito come viene presentato dal Catalogo generale del 1994 (Pinerolo, la Collezione civica d’arte di Palazzo Vittone, a cura di Mario Marchiando Pacchiola) e dai successivi quaderni integrativi delle donazioni (1995-2000).
Ancora pittura con Enrico Paulucci, Filippo Scroppo, Morando, May, Beisone, Michele Baretta, Faraoni fino a Treccani, Longaretti, Angelo Capelli, senza dimenticare Quaglino, Valinotti, Deabate, Sandro Mantovani, Caffaro-Rore, Treves, Nastasio, Tolomeo per approdare alla scultura di Floriano Bodini, Enrico Manfrini, Piero Brolis, Luigi Aghemo, Roberto Terracini, Renzo Igne, Elio Garis, Lodigiani Riccardo Lanza, Unia, Lello Scorzelli, Ciminaghi, Murer, Salvi Guzzardella, di Sandro Cherchi che ha legato il suo prestigioso nome alla raccolta anche con la donazione dell’intero corpus incisorio. E ancora Antonio Carena, Ugo Nespolo, Ramella, Borgna, Tedeschi, Nelva, Venturelli, Dedalo Monatali. Un discorso a parte merita la promozione della sezione medaglistica con esemplari di Emilio Greco, Giacomo Manzù, Pericle Fazzini, Ettore Calvelli, di Minguzzi e Messina: piccoli gioielli, spesso non considerati, ma autentici capolavori.
La Collezione di Palazzo Vittone vanta tra le sue pubblicazioni (i Quaderni …) “L’Arte mostrata”. E’ un’originale guida per un itinerario fra le opere della civica galleria che conferma come un museo non deve solo conservare, ma deve essere organismo vivo, presente fra la gente. Per questo anche la promozione, diverse volte all’anno, di mostre temporanee dedicate ad artisti di sicura fama o ad artisti emergenti nella contemporaneità, e soprattutto la Biennale Nazionale su “L’Arte e il Mistero Cristiano”, richiamano l’attenzione di un pubblico di appassionati e cultori che va oltre i confini piemontesi.
COLLEZIONE CIVICA D’ARTE DI PALAZZO VITTONE
Orario: domenica 10,30-12,00/15,30-18,00
Durante le mostre temporanee anche dalle 15,30 alle 18,00 dei giorni feriali
Ingresso gratuito
Informazioni: tel. 0121 76818   -   0121 396982

m.m.p.
 

 Michele Baretta racconta
 
Il Cristo della “Via Crucis”

E’ fatto abbastanza raro, almeno per quel che attiene alla mia conoscenza, che un pittore abbia creato ben cinque “itinerari della Croce”, ovvero cinque volte le quattordici stazioni di quella che la tradizione della pietà chiama la “Via Crucis”. Ebbene, Michele Baretta (Vigone 1916-1987) ha svolto questo delicato tema cercando ogni volta di rinnovare impianti compositivi, azione scenica dei personaggi, dimensioni, tecniche espressive, riuscendo a penetrare nel dramma, nella dolcezza, nella spiritualità del percorso di Gesù Cristo dal pretorio di Pilato al Monte Calvario, dove venne crocifisso e morì.
Nel 1945 Baretta aveva studiato il volto di Gesù segnato dal dolore nei 14 tondi della Cappella di San Bernardo a Vigone. Ormai fatiscenti sul muro sono segnati per sempre; restano i bozzetti esposti al Museo Diocesano a tramandarne la sintesi espressiva dei pochi volti rappresentati. Dieci anni dopo, nel 1955, ripercorre la strada del dolore per le stazioni della Chiesa di San Luigi IX a Baudenasca nella immediata periferia pinerolese. E’ un racconto ricco di suggestioni impressionistiche tra paesaggi e figure animate; vi domina Cristo “luce del mattino”. Una pagina intensa.
Poi nel 1959 campisce le grandi pareti bianche della Parrocchiale dedicata al santo Cottolengo nella borgata Lucento di Torino. Scene ariose senza riferimenti paesaggistici, qualche cenno indispensabile, le figure in grandezza naturale, essenziali e scarne.
Nel 1961 torna nella chiesa degli Angeli al Cottolengo di Pinerolo, dove già aveva lasciato su un muro altri momenti del Mistero Cristiano (Incarnazione, Natività, Gesù ed i fanciulli, il Cenacolo, la Crocifissione con Maria e Giovanni), e realizza in estensione verticale la quarta “Via Crucis”: qui è il Cristo con la veste rossa a dominare le varie stazioni, fino a quando, tirata a sorte, la tunica scoprirà quel corpo livido, immacolato tra cieli infuocati, urla, strazi, lamenti. E’ un rito che Baretta narra con drammaticità senza enfasi. Il racconto è di alto livello artistico.
Tornerà sulla via dolorosa nel 1962 con le tavole orizzontali al Santuario di Cantogno (Villafranca Piemonte), per un’ampiezza maggiore del racconto, la ricchezza scenica, molte comparse attorno ai protagonisti. Sono l’animo e la fantasia dell’artista che si dilatano e raccontano questa storia sacra tramandata agli uomini di ogni tempo perché comprendano la sofferenza e l’amore generoso della donazione.

Bibl.: Mario Marchiando Pacchiola “M. Baretta, quattro momenti di un racconto”, presentazione di Loris F. Capovilla - TLG 1999, Pinerolo

m.m.p.
 

 Ettore Giovanni May vive nelle opere della Pinacoteca di
 Pinerolo
 
Ragazzo grande e sfortunato

Nasce a Londra per caso: è il 24 agosto 1903. Per caso, perché Ettore Giovanni May è figlio di emigranti pinerolesi in cerca di fortuna: il padre cameriere d’albergo (Giuseppe) e la madre (Rosa Olimpia Gerbaudi) figlia di genitori albergatori in Pinerolo.
In Inghilterra vive i suoi primi dieci anni, poi a Pinerolo frequenta la Scuola Tecnica fino al 1918; già nell’estate è a Torino presso la famiglia di un professore per dipingere giocattoli, ma l’epidemia della “spagnola” lo fa tornare a Pinerolo.
L’anno dopo a Torino si presenta a vari pittori, tra cui Rava, che loda alcuni suoi schizzi. Anche se deve vivere in una soffitta impregnata da esalazioni di smalti e vernici (per mantenersi lavora ancora ad una fabbrica di giocattoli), riesce a frequentare i corsi all’Accademia Albertina di Belle Arti, a conoscere il mondo della pittura, ad esporre nella primavera del 1921 alla 80a Promotrice. Nell’edizione seguente viene ancora invitato, e nel ’23 espone alla Mostra degli “Amici dell’Arte”.
In questo arco di tempo con mano frenetica carpisce volti di donne e di uomini in schizzi e disegni che esegue, specie a sera inoltrata, nei caffè (Fiorio, Romano, Ligure, Vittoria, Alfieri...): tipiche figure con barbe e baffi e bombetta, commendatori corposi, donzelle con cappello a larga tesa, uomini seduti al tavolino intenti alla lettura del giornale...
Al mondo un po’ frivolo, alterna a casa studi grafici a carattere mitologico, illustrazioni acquerellate tratte dalle sue letture, nudi femminili e maschili con esecuzione chiaroscurale a sanguigna. Esce all’aria aperta, contempla il Po di notte e le luci dei lampioni, si inoltra nei boschi tra le betulle, ritrae anche le strade medioevali pinerolesi, ad olio, sul cavalletto della pittura “en plein air”. Ma il pastello del vecchio operaio, quest’uomo assopito, catalogato come “Il riposo” (1922), è certamente il capolavoro del nostro ragazzo e l’opera sua più conosciuta. Questo “vecchio” nella sua rilassatezza, nell’abbandono delle forze per un ristoro rigeneratore, è di notevole ed eloquente interiorità: vibra la trattazione cromatica, con qualche cenno divisionista, soprattutto nelle “mani stanche, nervose, martoriate” (E. Zanzi, 1932).
Gli autoritratti del 1923 guardano di sbieco, tra l’arroganza, la sfrontatezza, la cupezza di un “male di vivere” che lo porta via appena ventenne, dopo una “intensa brevissima parabola” (I. A. Chiusano). è  l’11 ottobre del 1923.

Mario Marchiando Pacchiola
 

 Le meridiane

La meridiana, come si sa, è un orologio solare, apparentemente molto semplice ma di difficile elaborazione. Utilizzato fin dal IV millennio a.C., la sua costruzione richiede una precisa conoscenza astronomica; inoltre spesso, oltre alle ore, possiamo individuare sul quadrante il calendario e i segni zodiacali.
Ecco che all’improvviso questo piccolo spazio di muro dipinto e violato da uno gnomone ci appare come un nodo gordiano nel quale si intrecciano piani diversi dell’esperienza umana e della sua stessa essenza: la razionalità e con essa la scienza, concretizzatesi nella difficile elaborazione della meridiana, rappresentazione, in un quadrato, del cielo in terra; la creatività con l’arte, dipinte in quadranti di stili molto diversi, condizionati dalla personalità dell’artista; la saggezza popolare occhieggiante da motti in diverse lingue, inneggianti alla vita (“En regardant l’heure qu’il est souriez à la vie” 1  “MEMOR ULTIMAE UTERE PRAESENTI” 2) e all’amicizia (“AMICIS QUAELIBET HORA” 3) o da inviti a non dimenticare mai la morte che ci attende là, dopo l’ultimo istante (“VULNERANT OMNES ULTIMA NECAT” 4). E ancora l’aspetto sociale, economico, visto nelle persone che, nel mondo contadino, dividono la giornata tra luce e buio, e quindi alzano gli occhi ai numeri disegnati sul muro, per avere un’informazione supplementare ai ritmi dettati dalla natura e dalle tradizioni.
Tante sfaccettature riunite insieme, permeate di storia, che dalla notte dei tempi ci riporta qui ad osservare quanto ci resta di tanto passato.
Guardiamo, un po’ con l’occhio critico dell’uomo moderno, un po’ con l’occhio sognatore (dell’uomo moderno); nell’Alta Val Chisone ci sono una sessantina di meridiane, delle quali più di venti soltanto a Pragelato: ogni quadrante dipinto può essere (più o meno arbitrariamente) inserito in un gruppo stilistico, come “stile francese” o “occitano”, caratterizzato dalla scelta di certi tratti grafici e dall’abbinamento dei colori; certo il gusto è stato influenzato dalle diverse situazioni politiche che si sono succedute nel tempo, fatti che hanno condizionato anche la scelta della lingua usata per i motti e le sentenze: essi sono spessissimo in francese o in patouà, poche occorrenze in italiano (a Faussimagna: “Son senza vita, son senza moto, se il sol m’illumina l’ora fò noto”).
Leggendo queste frasi la mente dell’osservatore si stacca dalla contemplazione dell’opera artistica per attraversare un confine, confine tra questo mondo reale e quel mondo di ieri, lontano, per noi un sogno che i motti rendono di volta in volta allegro, ironico, malinconico disegnandoci sul viso un sorriso o una nostalgia. E vediamo nei tratti del pennello l’espressione di Zerbula, quel pittore girovago che nel 1830 percorse le Alpi occidentali fregiando innumerevoli muri; vediamo i suoi abiti, le scarpe impolverate e la gente del villaggio che lo accoglie e pensa “che stranezza avere una meridiana sulla casa”, ed era un fatto distintivo e bello perchè inizialmente queste opere erano riservate ad edifici di particolare importanza, come le chiese, mentre in quel momento l’usanza si stava allargando a tutti.
E da Zerbula ci proiettiamo nel passato, a coloro che non hanno lasciato nome, soltanto un po’ di se stessi, a volte le iniziali e la data in angoli ora corrosi dal tempo, sbiaditi, illeggibili.
O ancora, torniamo al presente, dove le meridiane tornano a nascere, ad accompagnare il cammino del passante con altri motti, ancora in patouà, a volte in italiano. Dove c’è una nuova attenzione per la nostra arte in piccolo, l’arte popolare e girovaga annidata qua e là tra le case: finalmente la rivalorizzazione e la ristrutturazione delle orme di piedi passati. Da ricalcare.

Consuelo Ferrier
(Fond. G. Guiot Bourg)
 

 Arte e fede

Domenica 21 ottobre, nel tardo pomeriggio, il Vescovo di Pinerolo mons. Pier Giorgio Debernardi, con una solenne concelebrazione, ha inaugurato la nuova area presbiterale della Cattedrale di San Donato.
Dopo 500 anni la scultura, il marmo trovano nuovamente residenza nella nostra Chiesa Cattedrale.
Ce lo ricorda la pietra tombale dell’arcivescovo Baldassarre Bernezzo, colui che a nome dell’arcivescovo di Torino, consacrò il San Donato. Torna “il bello, il buono, il vero” autentico, classico e rinascimentale, rivestito di nuova luce, tradotto con il linguaggio nostro, di contemporanei, di uomini che hanno visto, vissuto il Concilio Vaticano II e che cercano di trasmettere negli anni del nuovo millennio. Torna la bellezza dell’arte per tradurre la bontà di Dio, per rendere visibile la verità, per consolare le donne e gli uomini del nostro tempo.
La Costituzione liturgica “Sacrosanctum Concilium”, promulgata da Paolo VI il 4 dicembre1963, ha dato le direttive per soluzioni definitive, non provvisorie, non approssimative. Dopo quasi quarant’anni, lavorando di concerto con le Soprintendenze competenti, si è corrisposto alle attese per  ottemperare alle esigenze della liturgia e per dare un segno della cultura visiva del nostro tempo artistico.
A Mario Rudelli, scultore milanese (1938), è stata affidata la creazione artistica della concezione di un nuovo altare, dell’ambone e della cattedra episcopale.
L’avvenimento inaugurale è caduto nelle settimane della XVI edizione delle mostre su “Arte e Mistero Cristiano”.
La stessa mostra al Museo Diocesano presenta i bozzetti, gli studi preparatori, cere e terracotte di alcune fasi. Ho potuto seguire dal vivo il lavoro dello scultore, non nuovo in imprese del genere per aver lavorato al Duomo di Milano e alla Cappella del Palazzo Apostolico, pronto ad ascoltare i desideri e le aspettative della committenza e a misurarsi con i sacri testi.
L’ho visto “costruire”, plasmare l’argilla, scolpire il marmo (rosso veronese).
Il risultato è un inserimento armonioso e plastico sotto la volta e l’abside dalle linee gotiche, avanti all’altare maggiore policromo settecentesco voluto dal vescovo D’Orliè. L’arte del maestro trova piena accoglienza per quella forma e forza classica non statica, dai piani mossi e dai vuoti e rilievi pronunciati: l’Angelo della Risurrezione, il sacrificio di Abele, di Abramo, quello di Melchisedech, Cristo buon pastore, gli Apostoli.
Ricordo l’esortazione di Paolo VI che rafforza, qualora ce ne fosse bisogno, per giustificare l’evento pinerolese: “la Chiesa ha bisogno di santi, ma ha bisogno anche di buoni e bravi artisti: gli uni e gli altri, santi ed artisti, sono testimoni dello spirito vivente di Cristo”. (1967).  Arte e fede.

Mario Marchiando Pacchiola
 

 I meteoriti
Una delle tante meraviglie della Natura

E’ per lo meno riduttivo chiedere al lettore se non ha mai alzato gli occhi al cielo in una  bella nottata di agosto, preferibilmente attorno ai giorni 10 e 11;  se poi qualcuno non l’ha mai fatto, non sa che cosa si è perso .
Dato per scontato che tutti lo abbiano fatto, non  resta che chiederci in via confidenziale se i desideri espressi in quegli  attimi si sono avverati o meno.
Ma, da che cosa sono in effetti  provocate quelle splendide quanto effimere scie luminose che attraversano il cielo estivo?
La risposta è quanto mai  semplice: si tratta di frammenti (generalmente piccoli,  se non addirittura microscopici) di piccoli corpi celesti o di code di comete; solo in casi estremamente rari e con frequenze a livello di milioni di anni possono ipotizzarsi scontri di grandi proporzioni, come il Crater Lake nel Nord America o Tunguska in Siberia.
Per tornare alle nostre deliziose stelle cadenti dobbiamo innanzi tutto suddividerle in due principali categorie: le vetrose e le metalliche. Come risulta chiaro dai termini  ( in realtà quelli scientifici sono assai più precisi ma non rendono l’idea ) abbiamo le meteoriti costituite essenzialmente  da silicati e quelle a composizione metallica.
Nel primo e più frequente caso l’osservazione diretta del frammento arrivato fin sulla terra dimostra una composizione fondamentalmente vetrosa e sulla superficie si notano spesso bolle di  fusione, dovute al calore sviluppato dal tremendo attrito subito con l’ingresso nell’atmosfera terrestre.
Nel secondo caso la composizione del frammento si presenta come una massa metallica molto spesso purissima (nichel, ferro, iridio ecc.) e questo spiega come  ai giorni nostri sia relativamente raro trovare meteoriti metalliche; infatti la presenza di questi frammenti soprattutto di ferro ha caratterizzato una sistematica ed attenta ricerca da parte dell’uomo primitivo per motivi facilmente comprensibili.
I musei di tutto il mondo hanno, quale più e quale meno, le loro bacheche con esposti esemplari di meteoriti, ed esistono pure associazioni di ricercatori molto attenti ad ogni nuovo ritrovamento che viene regolarmente registrato, classificato e comunicato agli scienziati che si occupano del fenomeno.
Sorge a questo punto una domanda :  a che serve la conoscenza delle meteoriti ?
La risposta va nella direzione di uno dei problemi più seri della comunità scientifica mondiale: l’origine e la composizione iniziale dell’universo, i meccanismi basilari delle reazioni chimiche che dopo il Big Bang hanno dato origine alle nebulose, la comparazione tra la struttura molecolare di questi fossili dell’universo e gli omologhi odierni, in ultima analisi la comprensione delle diversità di temperatura, reazione e depositi dei vari composti chimici e della loro sempre più disparata composizione.
Ecco perché, quando si parla di meteoriti, se si vuole andare oltre alla prima impressione di stampo romantico, ci si vede aprire uno  spazio di studi e conoscenze tali  da richiedere, a chi è appassionato della natura, una dedizione che può andare ben oltre i confini,  già enormemente vasti, quali appaiono  ai primi approcci.

R. P.
 

 Ciro Cirri
Eclettica e fantasmagorica l'espressione artistica

Musicista, fotografo, pittore, insegnante; un artista a 360°, pinerolese, vulcano di energia e voglia di fare. Nato come musicista, essenzialmente come strumentista, poi Ciro Cirri ha dato inizio all’avventura nel campo delle arti visive.
Suona otto anni negli Africa Unite, poi c’è la tournèe con Madaski, il Quintetto Architorti e come musicista classico suona nelle orchestre sinfoniche piemontesi come Professore d’Orchestra “free lance”. Ultimamente, in seguito alla collaborazione tra Union Civica con le prime scuole di tango argentino e il Teatro Regio di Torino, Ciro è primo contrabbasso nella neonata orchestra di tango argentino. L’ultima produzione drammatica e intensa è volta alla fotografia, alla pittura ove Cirri ha trovato spontaneo e prorompente linguaggio espressivo. E’ un linguaggio forte, scomodo ma sincero e significativo. La pittura, la fotografia, le installazioni sono solo dei mezzi per esprimere un concetto, una sofferenza, un’emozione. Nulla esiste solo come un prodotto fine ad una pura estetica dell’immagine. Lavora molto con le sculture fotografiche, una sorta di interazione tra fotografia, ferro, lamine. Da sei anni ha a disposizione l’ex scuola elementare di Miradolo,  dove ha potuto realizzare moltissimi lavori d’arte e dove può riflettere, studiare, scrivere e cercare una via per conquistare un posto di visione ed ascolto.
A fine anno Cirri andrà a New York per portare direttamente del materiale alle gallerie che lo hanno richiesto, ma saprà anche presentare le proprie potenzialità artistiche ed intellettuali. L’appuntamento e l’invito sono alla mostra che l’artista realizzerà nel 2005.

Piero Toja
 

 A Palazzo Vittone in permanenza
 L'arte sacra contemporanea nella pinacoteca civica
Una sezione intitolata a "Giovanni XXIII e Paolo VI"

“C’è da sorprendere i più increduli per come Pinerolo sia riuscita a riunire in una mostra il ghota dell’arte religiosa contemporanea…”. Diceva così un articolo nella terza pagina de “L’Osservatore Romano” alla quarta edizione de “L'Arte e il Mistero Cristiano”.
Quel riunire è poi risultato un verbo permanente da quando nel 1986 venne creata a Palazzo Vittone, nell’ambito di una istituzione civica, la Pinacoteca, una Galleria d’arte sacra intitolata a Giovanni XXIII e Paolo VI, la risultanza di opere di pittura, scultura e grafica donate dagli artisti invitati alle Biennali di Pinerolo.
Nel 1991 venne presentato un primo catalogo, “Arte e religione”, con un invito dell’Arcivescovo Loris Capovilla a “guardare alto e lontano”- Lo stesso segretario di papa Roncalli, oltre a regalare alcune pagine di introduzione, donava una grande tela del pittore bergamasco Angelo Capelli con “La Pietà di Papa Giovanni” ed alcune preziose medaglie di Giacomo Manzù.
Tra le opere più significative in scultura nella raccolta troviamo quelle di Floriano Bodini con un tondo a rilievo su Paolo VI, quelle di Pietro Brolis  con molti disegni e bozzetti della sua celebre Via Crucis bergamasca, Enrico Manfrini con rilievi sulla “Famiglia di Nazareth”, Roberto Terracini con “La Vergine e il Bimbo” in terracotta, Renzo Igne con due bellissime ceramiche, Sandro Cherchi con la “Annunciazione” bronzea, un rilievo di Grott, bronzi e cere di Guzzardella, milanese, due sculture sensibilissime del padovano Giancarlo Frison, la “Presentazione” in cotto di Rudelli, Alessandro Verdi con “I Padri del Concilio”, Luigi Aghemo con “Cristo a Tiberiade”, il “Papa Giovanni” di Lello Scorzelli, il “Battesimo” di Giovanni Taverna, il rilievo con “Cristo risorto”di Pericle Fazzini. Quest’ultimo  donato dal segretario di papa Montini, l’Arcivescovo Pasquale Macchi, con varie cartelle grafiche di Dina Bellotti, Gentilini, Trento Longaretti (presente anche con due tempere), Silvio Consadori, Fausta Beer...
Inoltre appartengono a questa sezione d’arte sacra opere di Baretta, di Faraoni, di Borgna, di Tolomeo. Spiccano i “Due Santi” di Luigi Spazzapan, le due tecniche miste di Ugo Nespolo, gli oli della genovese Cecilia Ravera Oneto, una tela con “La Buona Novella” di Pietro Morando, vari oli di Mario Caffaro Rore, due acquerelli di Ernesto Treccani , disegni di Proverbio, tecniche miste di Nani Tedeschi, grafica e pittura di Dedalo Montali, di Pietro Favaro, di Laura Maestri, di Mattana, di Nastasio, di Golia, di Natale Bertuletti, di Buset.
Gioiello della grafica è un disegno di Felice Carena donato dalla figlia Marzia Torossi di Venezia. Una bella ed originale raccolta è documentata con le placchette e le medaglie di illustri artisti: spiccano le medaglie pontificie di Manfrini, di Emilio Greco, di Giaroli, di Calvelli, di Francesco Messina, di Minguzzi, di Ciminaghi, di Bodini.
Molti gli artisti, moltissimi i pezzi non tutti esposti perché la Galleria dell’ammezzato è veramente angusta. Le opere hanno bisogno di uno spazio per respirare e per essere godute dai visitatori. Ciò sarà possibile con l’ampliamento dell’intera pinacoteca che si profila all’orizzonte dopo lo spostamento del liceo classico nel palazzo dell’ex Scuola di Cavalleria. Entro quando?

m.m.p.
 

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