- Ventimiglia - Villa Hambury - Dolceacqua (IM) - Sulla strada per Traunstrein
- Castellaro Lagusello - Alpinismo oggi
- Gita alle Cinque Terre (SP) - Cavour, la sua rocca
- La Val Roya - Vita dell'Associazione
- Viaggio a Praga
 
 

 Ventimiglia - Villa Hambury - Dolceacqua (IM)

Erano un po’ infreddoliti i più di 50 partecipanti che alle 6,30 (ora legale introdotta proprio quel giorno) di domenica 28 marzo si sono ritrovati a Pinerolo in piazza Vittorio Veneto per la gita a Ventimiglia e Dolceacqua.
Il giorno prima una bella spruzzata di neve aveva per l’ennesima volta imbiancato le montagne e durante i tragitto la brina che si intravedeva fuori dai finestrini del pullman non faceva presagire nulla di buono.
Invece no, giunti a Ventimiglia e recuperata la guida turistica, il nostro simpaticissimo socio tuttofare Giovanni Carosso, ci siamo immediatamente recati a visitare l’interessante sito preistorico dei ” Balzi Rossi “ che molti di noi avevano studiato sui libri di scuola, ma che pochi conoscevano direttamente.
Dopo un’occhiata al “residence” degli uomini preistorici ed al museo adiacente, partenza per  la città romana, con visita all’anfiteatro e, in anteprima assoluta,  ai resti delle terme.
Dopo pranzo tutti ai giardini di Villa Hambury estesi su una superficie di 18 ettari attorno ad una villa antica rinnovata nell’800 e ricchi di piante esotiche che qui hanno trovato il loro ambiente ideale.  Infine, prima del ritorno, puntatine al borgo medioevale di  Dolceacqua in occasione della: “Sagra dell’olio e dell’oliva taggiasca di Dolceacqua”.
Inutile parlare dei numerosi assaggi e dei souvenir vari: bottiglie e lattine di olio, olive, orchidee ecc… che i soddisfatti  partecipanti si sono portati  a casa come ricordo della simpatica giornata.
 

 Italia bella
 
Castellaro Lagusello

Quando partii, il sole appariva ancora come un’enorme palla di fuoco, avvolta dalla bruma.
Lungo l’autostrada per Venezia, pensavo a come potesse essere uno dei “plus beaux villages d’Italie”, secondo le guide francesi ed il primo nella classifica dell’ANCI, Associazione Nazionale dei Comuni Italiani.
All’altezza del lago di Garda, uscii a San Martino della Battaglia, e presi la direzione di Pozzolengo e Solferino.
Ecco sulla sinistra, indicata la mia meta: Castellaro Lagusello.
Ho visitato per lavoro quasi tutta Europa, ma là mi fermai estasiato ad ammirare le meraviglie di quel territorio, veramente bello!
L’assenza di interventi edilizi estranei alle caratteristiche originarie del borgo, la quiete dell’ambiente circostante, l’omogeneità dei materiali dei tetti e delle facciate, lo rendono un paese veramente di grande prestigio.
Castellaro Lagusello, frazione di Monzambano, in provincia di Mantova, sorge immerso nel verde delle dolci colline che cingono a Sud il lago di Garda, il cosiddetto anfiteatro morenico, abitato fin dai tempi più remoti come testimoniano i ritrovamenti archeologici, risalenti all’età del bronzo. Paludi e torbiere, un laghetto che ospita una fauna ittica pregiata ed un’avifauna con oltre cinquanta specie di uccelli. In questo scenario di prati, boschetti, frutteti e vigneti, sorge Castellaro Lagusello, circondato da una superba cinta muraria con merlatura guelfa, un castello con torre e bastioni, ancora abitato, la chiesa del 1526, una mostra permanente di fauna e flora, ed infine il palazzo dei marchesi Tacoli, scelto da Napoleone come quartier generale nella sua campagna d’Italia.
Anche il comune di Monzambano, pochi chilometri oltre, merita d’essere visitato per il suo aspetto medievale, con mura e castello, e la chiesa ricca di opere d’arte.
Una bella giornata, per chi ama vedere cose uniche e di pregio, anche molto suggestive, non lontane da casa nostra.
 

Aldo Bertea
 

 Gita alle Cinque Terre (SP)

Al primo appuntamento turistico del 2003, fissato per il 6 aprile con meta il mar Ligure, hanno risposto ben cinquantacinque partecipanti.
Dopo una sveglia quasi antelucana (a causa del ripristino dell’ora legale) si è partiti verso la riviera ligure di levante con destinazione La Spezia, situata nella parte più interna e riparata dell’omonimo golfo.
Un’occhiata dal lungomare alla  città , che per secoli aveva risentito di uno sviluppo molto relativo, ne ha mostrato invece l’attuale grande espansione urbanistica, iniziata  da quando fu scelta come base militare per la Marina del regno di Sardegna (poi d’Italia), con la costruzione dei grandi arsenali dopo il 1861.

Seguendo  poi col battello la costa  della penisoletta che chiude il golfo a  ponente, si è raggiunto il pittoresco abitato di Portovenere, tutto racchiuso lungo un ristretto spazio tra il mare ed il promontorio roccioso  dominato dall’ardito edificio di una chiesa, dove i partecipanti hanno avuto l’occasione di assistere all’arrivo di due  giovani che, proprio quel giorno e proprio lì, avevano deciso di convolare a giuste nozze.

Il programma prevedeva poi il prosieguo dell’escursione in battello per ammirare, in parte dal mare ed in parte da terra,  le cinque località (Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso) che fanno parte di questo angolo di paradiso definito comunemente “Le Cinque Terre”: centri assai pittoreschi edificati nelle varie insenature della costa tutt’intorno scoscesa, con  una successione di case alte e strette nel poco spazio lasciato dai dirupi rocciosi, ma con un effetto scenografico  estremamente suggestivo.
Purtroppo le condizioni del mare non hanno consentito lo sbarco a Vernazza , ma non hanno certo impedito di ammirare lo spettacolo dei vigneti coltivati  a terrazze lungo le balze della montagna, sorretti da muri a secco che gli agricoltori locali devono costantemente “rincalzare” contro l’erosione del terreno.
Giunti a Monterosso e riguadagnata la terraferma tutti a spasso: chi ad ammirare  le bellezze artistiche del paese ( nella chiesa di S. Francesco vi  è tra gli altri quadri una crocifissione per taluni attribuita al Van Dyck),  chi quelle naturali, chi   a  degustare nei ristorantini locali  un ottimo pesce  oppure a fare acquisti del famoso  vino “Sciacchetrà” e, da un produttore del luogo, degli stupendi limoni non trattati (roba d’altri tempi).

 
 La Val Roya

Breve ma estremamente interessante è l'itinerario che dalle montagne del Cuneese ci porterà in Liguria, attraverso una strada che offre panorami affascinanti in un susseguirsi ininterrotto di pascoli, pinete, canyon, torrenti serpeggianti e paesini incastonati tra i monti. Un itinerario da gustare km
dopo km per giungere alla fine a Ventimiglia, che non è soltanto una città di frontiera ma un luogo sorprendentemente ricco di storia, oltre che naturale congiunzione tra la Riviera dei Fior e la Costa Azzurra.
Dopo aver imboccato la S.S. 20 in direzione Colle di Tenda s'incontra Vernante, con numerose case vivacizzate dai murales di Pinocchio e poi Limone Piemonte, da cui iniziano i tornanti che precedono il tunnel lungo 3 km, superato il quale comincia la Val Roya, caratterizzata da sentieri e da una panoramica ferrovia.
La strada, che in territorio francese è la n° 204, tocca Vievola dove in passato sostavano le carovane in transito e prosegue poi per Tende, caratteristica cittadina addossata sul fianco del colle sovrastato dalle rovine del castello dei conti Lascaris. Interessante sia la visita al "Musée des Merveilles", sia l'escursione alla Vallée des Merveilles ricca d'incisioni rupestri (circa 36.000 figure) che qui, a Tende, ha il punto di partenza. Qualche km ed ecco St. Dalmas de Tende; deviazione a sinistra per il pittoresco villaggio di La Brigue da dove è possibile raggiungere dopo 4 km, la chiesetta di Notre Dame des Fontaines. Ritornati nuovamente sulla 204 s'incontrano le gole di Berghe, suggestive pareti rocciose di colore viola e poi, oltrepassata la piacevole cittadina di Fontan appare, disposto a semicerchio, il villaggio di Saorge che nel sec. XVII era un importantissimo luogo di transito. Saorge è veramente suggestivo visto dal basso e precede le splendide Gorges de Saorge, altissime ed imponenti che nulla hanno da invidiare ad altre gole più celebrate e magari più fotografate.

Tosca Ferro
 

 Sulla strada per Traunstein
 
Viaggio in Baviera

Ai Pinerolesi che, di preferenza nei mesi estivi, scelgono di visitare la Baviera per raggiungere la nostra città “gemella”, cioè Traunstein, si può suggerire – disponendo di un po’ di tempo – un itinerario meno “diretto” ma tale da far respirare al turista un’atmosfera quasi fiabesca: sono i luoghi che ancora oggi parlano dell’enigmatica figura di re Ludwig II. La sua breve vita (morì a 41 anni nel lago di Starnberg) continua nelle architetture di sogno da lui volute.
Poco lontano da Füssen, cittadina nel Sud della Baviera, sulla riva sinistra del Lech, dove il fiume forma il vasto bacino del Forggensee, si ergono i suoi castelli reali.
Il primo è quello di Hohen-schwangau, a lungo abitato dalla madre di Ludwig II, sorto su progetto dello scenografo Domenico Quaglio, nel 1837. Splendidi sono gli affreschi ed i mobili, memorie della corte bavarese e dell’amicizia del re con Richard Wagner.
Poco lontano trovasi il castello di Neuschwanstein, il più famoso. È una enorme creazione romantica neogotica, eretta nel 1870, su progetto dello scenografo Christian Jank. Molte sale sono come vere scene di opere di Wagner: al terzo piano una grotta riporta all’arrivo del cigno nel Lohengrin, alle fortezze della Turingia, osannate dai trovatori del 1200; la sala del trono sembra una cappella bizantina ed il salone dei cantori rimanda alla Wartburg. Dalla camera da letto, con brocche d’oro, si spazia sui laghi, monti e cascate. Quella visita dà forti emozioni.
Nella valletta del Lindergriess sorge il castello di Linderhof, famoso per i suoi splendidi giardini. Fu costruito da Georg Dollmann, a spese di Ludwig II, nel 1879 ed è pure noto come il “Trianon della Baviera”.
Continua il viaggio nelle campagne della Baviera del Sud. Dopo un tratto pianeggiante, è degno di una sosta il santuario “in der Wies”, a Wies Steingaden, considerato il gioiello del rococò di tutta la Germania.
Andando verso Garmisch, tra le rocce e le foreste appare Berchtesgaden, e poi colline e laghetti, vere isole di pace e di silenzio.
Alla fine, ecco un grande lago ed un altro castello, Herrenchiemsee, fatto costruire da Ludwig II su un’isola, nelle acque del Chiemsee, che avrebbe dovuto offuscare le grandezze di Versailles.
Poco oltre, sorge Traunstein, la cittadina gemellata con Pinerolo.

Aldo Bertea
 

 Praga, la città d'oro

Il turismo ha le sue mode, e Praga ne è  l’esempio più palese. Di lei si parla, di lei si discute: bisogna vederla. Sì, vederla al tramonto, illuminata dai raggi di un sole calante, che giuoca con le brume della Moldava. Guardarla dal Palazzo Reale, dalla cattedrale di S. Vito, dall’alto del Castello, che la domina in ogni caso e tempo; guardarla dal Ponte Carlo, estatici tra le trentuno statue, lì ai suoi lati dal 1700, in corrispondenza dei quindici pilastri successivi, oltre le due torri; camminare tra i suoi palazzi gotici e liberty nella “via regale”, e posare gli occhi sui monumenti di piazza della “Città vecchia”.
Senza parlare dei suoi meravigliosi musei.
Praga ha un’armonia essenziale ed una naturale scenografia, come non è dato di vedere ormai in quasi alcun’altra città del mondo. “Non so - scrisse un nunzio apostolico, nel 1300 - se città come Roma, Venezia e Firenze ed altre possano eguagliare, in bellezza, questa perla nel cuore dell’Europa”.
Soffermarsi ad ammirare le variopinte casette del “vicolo d’oro”, ove visse e morì Franz Kafka.
Poi c’è la Praga barocca: i palazzi, i loro ampi giardini, le chiese, e la città stessa, lungo il fiume, abbelliti da una statuaria numerosa ed espressiva.
I suoi sviluppi, imparentati con il mondo viennese e germanico, hanno fatto risplendere questa “città d’oro”. I suoi conventi testimoniano la sua cultura e pietà religiosa.
C’è molto gusto italiano.
Nelle sue vetrine, cristalli, bigiotterie, strass, granati e “pietre dure della Moldava” fanno bella mostra ed invitano il turista a fare acquisti.
La città vecchia, la parte piccola, la città nuova, il castello (il potere e la gloria), le colline, la Moldava, e la Grande Praga: un tutto a 236 m. sul livello del mare, con 1.230.000 abitanti, che estasia il visitatore.
Si può raggiungere in aereo, da Torino, via Francoforte, oppure da Milano, direttamente, in tre ore.
In treno, via Tarvisio, Vienna, in due giorni ed una notte di viaggio.
In auto, via Villach, Salisburgo, Linz, Dolni, in due giorni, con una tappa di riposo a metà strada.
E’ richiesto il passaporto, senza alcun visto speciale.
Il costo sale da mezzo milione di lire in su, a seconda delle esigenze personali.
Però, soldi e tempo sono, per questo viaggio, spesi bene.
Praga, la città d’oro li vale.

Aldo Bertea
 

 Alpinismo oggi

L’ alpinista inglese Edward Wimper, nel suo famoso libro “Scalate nelle Alpi” narra che un giorno saliva ad un colle nei pressi del Cervino accompagnato dalle sue guide e da un portatore, un certo Meynet e, giunti al colle, vide l’uomo inginocchiarsi affascinato dallo spettacolare panorama  ed esclamare, con la voce rotta dall’emozione “Oh, les belles montagnes!”. Si noti che il Meynet era un semplice montanaro, probabilmente analfabeta, certamente sciancato per un vecchio incidente, eppure dotato di quella sensibilità che si trova genuina e meravigliosa soprattutto nelle anime semplici.
Ritengo che lo  spirito con cui oggi ci si avvicina alla montagna sia purtroppo assai cambiato.
Da quasi sessant’anni sono socio del CAI e fin da bambino mio padre e mio zio mi hanno portato in montagna facendomene conoscere gli aspetti bellissimi e continuamente variabili ed insegnandomi ad osservarla non solamente basandomi sul primo impatto che, di solito, è già di per se stesso emozionante, ma facendomi apprezzare il piccolo particolare, il filo d’erba o la fessura di una roccia, la variazione di colore di una nuvola o l’impronta di un animale.
Chi va ancora in montagna così?  Chi sa tornare da una gita, impegnativa o banale che sia, con nel cuore la certezza di avere acquisito una conoscenza nuova?  Chi va per sentirsi parte integrante di una natura esaltante?  Ben pochi ormai!
Poco tempo fa, percorrendo un sentiero verso la Vaccera alla ricerca di un sito preistorico, ho dovuto far ricorso ai rimasugli della mia vecchia agilità per evitare una triade di motorastri che venivano giù da quel sentiero a rotta  di collo sollevando un polverone pazzesco. Altro che ricerca della poesia della montagna! Per non parlare dell’imperversare delle motoslitte sulle piste da fondo o degli elicotteri che avanzano certamente ore di salita con le pelli di foca ma che, sono pur sempre mossi da motori a benzina, spandono odori nauseabondi e spaventano gli animali.
Eppure l’emozione del buon Meynet io l’ho sempre provata, sia che sbucassi in vetta dopo una salita dura ed impegnativa quando l’età me lo consentiva, sia quando ora percorro un tranquillo sentiero.
Quando quel simpatico brontolone di Gino Bartali diceva  “Gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare!” mi veniva da ridere, ma oggi mi sento quasi di dargli ragione .
Si va in montagna fin quando la macchina porta a pochi metri dal Rifugio o fin quando bastano pochi minuti per giungere alla parete attrezzata con ferramenta varie, si calzano scarpettine da ballerina e ci si impiastriccia le mani di magnesio; peggio ancora si salta da un elicottero all’altro per scalare in qualche minuto in meno della precedente salita una famosa parete  collegandola nel giro della giornata con altre due o tre altrettanto famose.
Intendiamoci, io ammiro la preparazione psicofisica di chi è all’altezza di simili prestazioni, ma mi chiedo se nel cuore di costoro c’è posto per osservare il panorama, per stupirsi di un cristallo, per invidiare il volo di un corvo o anche per sentire sulle mani il tepore della roccia scaldata dal sole; penso proprio di  no.
Ed allora abbiamo il coraggio di chiamare le cose col proprio nome, e cioè solo ed esclusivamente  arrampicata sportiva, senza che l’alpinismo vero, cioè la comunione con lo spirito della natura e della montagna, venga travisato o peggio misconosciuto.  Se qualche lettore paziente è riuscito a leggere questo mio sfogo fino al fondo lo ringrazio e gli auguro di riuscire sempre ad apprezzare, fin che ne resta ancora, la bellezza della montagna.

Riccardo Pastore
 

 Cavour, la sua rocca

“…un monte artificiale, innalzato dal capriccio mostruoso d’un tiranno antico; una specie di colossale osservatorio guerresco, fabbricato per tener d’occhio tutti i feudatari della pianura, dalle rive del Po alle rive del Sangone: Si capisce come sia stata sempre oggetto di meraviglia, cominciando da Plinio, che scrisse di non aver mai visto montem a montibus separatum nisi montem Caburri…”

(E. De Amicis: “Alle Porte d’Italia” – La rocca di Cavour – Casa ed. A. Sommaruga e C.   Roma, 1884).

Un po’ di fantasia e proviamo a immaginare Edmondo De Amicis, scrittore, poeta e giornalista, in visita a Cavour.
Il vecchio tramvay a vapore con i balconcini far west ha lasciato il percorso alle autocorriere. La corsa del mattino alle 8 parte ancora dalla stazione ferroviaria carica di studenti corretti. Con loro c’è anche un professore sui trentacinque anni che ha le sembianze un po’ di don Bosco e un po’ del garzone di campagna: sono allievi dell’Istituto agrario, piuttosto allegri, comunque educati. Fuori dal coro una studentessa (ma fossero tutti così!): “noi scendiamo, lei continui pure la corsa…”
Un marocchino privo di paccottiglia scende a Gemerello: lungo il tragitto si è raccolto nella lettura di  un libretto di preghiere, scritto in arabo; saluta persino l’autista.
Il Chiamogna ed il Pellice, quasi asciutti, offrono l’occasione ai pochi viaggiatori rimasti di commentare i fatti del giorno. Un allevatore sprovveduto…- l’ha  registrato anche il giornale radio regionale delle ore sette e venti – ha sotterrato porci presso il greto del torrente Pellice. Inquinamento delle falde acquifere, forse. L’hanno arrestato, dicono “l’han sempre fatto dalle nostre parti, di sotterrare qualche animale, ma tanti crin parei – e sottovoce –bastard!”
Anni fa – correva l’anno 1963 – laggiù a Castellazzo c’era una pluriclasse delle elementari (questo è il quadretto da Libro Cuore). Maestro era un biondino di Cavour, tale Celestino Comba. Gli volevano tutti bene perché sapeva insegnare ed era uno che veniva dalla campagna. Venne scelto da Mike Bongiorno quale concorrente alla trasmissione televisiva “La fiera dei sogni”, in onda dagli studi milanesi alla Campionaria. Celestino andò in finale, si portò una rappresentanza dei suoi piccoli allievi e destinò  i gettoni d’oro per il completo nuovo arredo della sua scuoletta della campagna di Gemerello. Grandi festeggiamenti per il maestro Comba, il palco addobbato di tante bandiere, intervento di autorità e parlamentari. Un giovane Sindaco che aveva giurato in prefettura con il Sindaco di Villar Perosa, l’avvocato Giovanni Agnelli, tenne l’orazione ufficiale: era il ragionier Silvio Fenoglio.
Una pigra foschia si stempera su Cavour. Scendono i pochi viaggiatori, forse sognano di incontrare figure venerande, statisti come Giolitti, nobili come il conte Buffa, gente alla buona che sapeva trattare anche con gli umili. E’ simpatico immaginare Cavour come una cartolina dei tempi andati, anche se la gente che scendeva dalla corriera non portava polli, formaggi, frutta e verdura al mercato del martedì come ai tempi del trenino a vapore.
De Amicis vorrebbe incontrare Fenoglio, Sindaco affidabile ed eclettico che si intrattiene sulla piazza del Comune con i suoi amministrati e non fa sentire il peso del fardello degli impegni e  dei problemi, delle promesse e delle aspirazioni…

p.c.g.
 

 Vita dell'Associazione

CASTELLO DELLA PIETRA a VOBBIA– CASELLA – GENOVA

Il pulman della Cavourese, domenica 25 aprile, era pieno di gitanti speranzosi, anzi ottimisti circa le condizioni del tempo non proprio ideali. Comunque, accompagnati dalle nuvole, si è percorsa dapprima l’autostrada  per Genova fino ad Isola del Cantone, poi si è imboccata una tortuosa strada resa ancor più varia da… postumi di frane, per raggiungere l’inizio del sentiero che risalendo la montagna  attraverso un bosco portava allo spettacolare Castello della Pietra. Si tratta di un’ ardita costruzione probabilmente del secolo XI, eretta quasi a picco sulla strada che sale al paesino di Vobbia nella valle del torrente omonimo,   e la forza di suggestione emanata dall’intero paesaggio valeva veramente la “scarpinata”.  La gita è quindi continuata , molto più comodamente, prendendo posto sul caratteristico trenino panoramico che da Casella scende fino a Genova, con un percorso che richiama i tipici trenini svizzeri  mentre affrontando

in 25 chilometri tornanti sinuosi e pendenze anche del 4,5%   offre indubbie emozioni, compreso il panorama sulla parte orientale di Genova e fino al promontorio di Portofino.  E il pulman? Dirà qualcuno. Non ci aveva abbandonati, anzi attendeva fedele in piazza Manin il ritorno dei nostri eroi

 



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per portarli sul lungomare e permettere a ciascuno un paio di orettedi visita libera per le vie e le bellezze della “Superba”, per tutto il 2004 capitale europea della cultura,  già meta di altri itinerari dell’A.L.C.E. (Acquario –Euroflora). Poi tutti a casa.

F.M.  P.T.

GITA A VALEGGIO SUL MINCIO E CREMONA

A maggio, mese dei fiori, niente di meglio che una giornata di piena immersione nello splendore della natura. Indovinatissimo quindi il programmato viaggio dei soci ALCE nel Mantovano con meta a Valeggio sul Mincio, per visitare  il complesso ecologico del Parco Sigurtà, un’oasi di vegetazione lussureggiante sorta su due colline per iniziativa dell’industriale farmaceutico di cui porta il nome. Lungo un percorso di strade interne di 7 chilometri si è potuto godere lo spettacolo di piante stupende, delle specie più diverse, visitabile in ogni stagione con la possibilità di ammirare quindi sempre fioriture di esemplari differenti. Per i più pigri o comunque meno “gagliardi” era prevista la possibilità di percorrere il tragitto in trenino o con le comodissime ed ambientali “golf cars”. 

Il programma comprendeva poi una puntata a Cremona per la visita soprattutto al centro storico, dove i maggiori monumenti cittadini sorgono raccolti intorno alla piazza del Comune: la Cattedrale fondata  nel 1107 con la torre campanaria (il cosiddetto Torrazzo, alto 112 metri)

 


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divenuta con la sua mole possente il simbolo della città.
Sempre sulla piazza si affacciano il Battistero ottagonale del 1167, il Palazzo del Comune e la Loggia dei Militi (1292) in stile gotico lombardo. Naturalmente, come si può facilmente immaginare, dopo l’arricchimento culturale l’interesse si è spostato sulle ghiottonerie esposte nelle pasticcerie locali, decisamente gradite da tutti i partecipanti, molti dei quali, forse temendo di…non farcela sulla via del ritorno, si sono affrettati a procurarsi una nutrita scorta di specialità locali come il torrone, la mostarda ed altre ancora.

Tepee
 

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